Ginulfi parò il rigore a Pelè, e “Zigo” si sentì di nuovo “O Rey”

di Fabio Belli

Dietro la storia di “Zigo” che si crede meglio di Pelé c’è quella di Ginulfi che para un rigore a “O Rey”, come una matrioska di cialtronerie da bar che però, poi, scopri quasi per caso che sono vere. ‘Zigo’ è Gianfranco Zigoni, che a Roma in maglia giallorossa ha vissuto un capitolo di passaggio, per quanto significativo, della sua carriera. E’ stato prima di cucirsi davvero una maglia sulla pelle, quella dell’Hellas Verona, quando per i tifosi divenne un mito, per la capacità di portare in provincia tutti i comportamenti degli eroi del calcio anglosassone che da quella parte non erano mai transitati.

zigoniE così tutti i maggiori aneddoti della carriera di Zigoni sono legati al periodo veronese: da quando andò in panchina vestendo una pelliccia in polemica con l’allenatore, mandando in visibilio la curva, a quando per sfilare al presidente il premio per aver segnato più di dieci gol in campionato, strappò di mano un rigore all’ultima giornata al compagno che doveva batterlo, col patron che si sbracciava dalla tribuna. Ma quella faccia da schiaffi (a Roma dicevano da “impunito“) Zigoni ce l’aveva già quando esibiva genio e sregolatezza sul prato dell’Olimpico, in una Roma che all’epoca era solo “rometta” e che l’aveva accolto dopo l’occasione bruciata, in due riprese, alla Juventus.

Zigoni era un talento assoluto, ma giocava solo ed esclusivamente secondo le sue regole. Il che ne fece le fortune nell’ambiente veronese, ma in quello rigido e collegiale della Juventus della fine degli anni sessanta, e quello zeppo di tentazioni della Roma della dolce vita, non era destinato a fare strada. Eppure, guai a dirglielo: “Zigo” era consapevole della sua testa un po’ matta, ma se si parlava di pallone e solo di quello, allora era semplicemente il più forte giocatore del mondo. Lo raccontò anche in un’intervista, e così quando la Roma si trovò a dover disputare un’amichevole contro il Santos di Pelé, per Zigoni fu semplicemente l’opportunità per dimostrare al pianeta quello che lui già sapeva: “O Rey” al suo confronto non era nessuno.

Il problema è che poi sul campo le cose andarono un po’ diversamente. Zigoni si confronta con l’extraterrestre e ne rimane abbagliato dalla luce. Pelé ha un tocco di palla e movimenti da marziano: è il tre marzo del 1972, l’epopea del Mundial messicano si è già spenta e “O Rey” si prepara a salutare il “Peixe” e approdare nel soccer americano. Ma sul rettangolo verde è sempre lui, comanda il gioco d’attacco e il Santos vince due a zero. Per la prima volta, le sicurezze di Zigoni vacillano. Possibile che il mondo intero ruoti attorno ad un altro sole, e lui non sia altro che un satellite? Poi viene fischiato un calcio di rigore, sul dischetto va Pelé e qui entra in gioco Ginulfi, portiere di una Roma operaia, lontana dai circuiti del grande calcio, che para però quel penalty “a mano aperta“, come amerà raccontare in seguito. E Zigoni si rinfranca, spiegando sempre nelle interviste future: “Se quello si era fatto parare un rigore da Ginulfi, io me lo mangiavo a colazione“. E chissà, forse senza quell’episodio, Zigoni non avrebbe avuto dentro sé la sicurezza per diventare il re di Verona nei bollentissimi anni settanta.

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