Paolo Sollier: calci, sputi e colpi di testa

di Fabio Belli

“Alla fine il sessantotto nel calcio è stata solo una questione di look“. Questa frase di Paolo Sollier dice di lui molto di più di quanto serve, ma non solo. Dice tutto anche di come il mondo nel calcio a volte sia impermeabile, ai limiti dell’ottusità, rispetto alla società reale che lo circonda. E forse è proprio questa la grande forza di un gioco capace di unire tutti al di là di differenze sociali, culturali, economiche e politiche. A Sollier però, centrocampista dai buoni polmoni ma dalla tecnica non eccelsa, questo ambiente ha finito con lo stare sempre stretto, anche quando con la maglia del Perugia, negli anni ’70 e nel pieno della contestazione giovanile, si era ritrovato a calcare i campi della massima serie.

url-1Un mondo di “calci, sputi e colpi di testa“, quello del pallone, tanto da indurre Sollier ad intitolare così la sua biografia, ormai introvabile e capace di diventare un “cult” della letteratura sportiva. Il fatto è che in un ambiente sostanzialmente convenzionale e conservatore come quello del football, Sollier si è ritagliato una nicchia unica nell’immaginario collettivo, per essere stato forse il primo calciatore apertamente di estrema sinistra. E per estrema si intende proprio legata a quegli ambienti che negli anni ’70 si riferivano a quell’ala extraparlamentare, a sinistra anche del PCI, che ballava sulla sottile linea rossa tra la rivoluzione culturale invocata dai sessantottini, e la lotta armata poi sfociata nelle tragiche vicende delle BR.

Durante un Lazio-Perugia nel 1976, la tifoseria biancoceleste, tradizionalmente schierata a destra nella sua frangia Ultras, spiegò un eloquente striscione “Sollier Boia“. Il centrocampista piemontese, nativo di Chiomonte, d’altronde non faceva nulla per nascondere le sue idee, anzi le ostentava salutando a pugno chiuso prima di una partita. “Lo facevo per salutare i compagni e gli amici presenti in tribuna quando giocavo nei dilettanti con la Cossatese,” spiegò una volta, “non vedo perché una volta arrivato in Serie A avrei dovuto smettere.” In “Calci, sputi e colpi di testa”, uscito proprio nel 1976, Sollier mise a nudo questi aspetti quando era ancora un calciatore, e fu questo a destare scalpore, molto più di quanto avrebbe fatto una biografia dopo il ritiro.

C’è da dire che con i laziali aveva cominciato lui: una stagione prima del famoso striscione, un giornalista lo stuzzicò sulle simpatie destrorse dei tifosi biancocelesti. Lui rispose un po’ generalizzando e un po’ provocando, come amava fare: “Vorrà dire che battere la squadra di Mussolini sarà ancora più bello.” Nel libro racconta poi la tensione del momento, prima del fischio d’inizio all’Olimpico: “”Non è corretto parlare dei tifosi della Lazio. E’ meglio parlare dei fascisti, della Lazio. Quando giocai contro la squadra biancoceleste, entrai nello stadio e mostrai il pugno, riuscendo ad attirare la loro attenzione. Mi insultarono in maniera rabbiosa.”

In realtà la carriera di Sollier in Serie A resta molto modesta, con solo una ventina di presenze all’attivo. Più assidua la frequentazione sui campi della cadetteria, ma ad interessare erano i suoi racconti di militanza in Avanguardia Operaia, lui, calciatore professionista, che il massimo della trasgressione sul rettangolo verde erano stati Gigi Meroni e la sua gallina al guinzaglio. Ora Sollier allena, tra i dilettanti dell’Oleggio, nel settore giovanilem e l’Osvaldo Soriano Football Club, la nazionale degli scrittori. Sessantenne brizzolato, gli è rimasta la curiosità per i temi sociali, ma ora si definisce “non ideologico“: i tempi cambiano per tutti.

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