Il calciatore ed il poeta: l’amicizia tra Ezio Vendrame e Piero Ciampi

di Fabio Belli

Il poeta e il calciatore, il poeta è il calciatore. Cambiando l’ordine degli… accenti, il risultato non cambia, se ci riferiamo alla storia personale di Ezio Vendrame, il “George Best” del Tagliamento, magnifico talento sprecato del calcio dei primi anni ’70 (ne abbiamo già parlato qui) e a quella della sua amicizia con un cantautore, Piero Ciampi, simbolo dell’amore per l’arte e la decadenza. Nessuna sottovalutazione di sé, solo la consapevolezza che dietro al pallone e alla musica, i due erano uniti dall’idea che ci fosse qualcosa di più importante, quel “farabutto esistere” nel quale consumarsi, da anteporre a qualsiasi convenzione sociale.

Vendrame_chitarraL’incontro con Piero Ciampi cambierà Vendrame a tal punto da iniziarlo alla poesia: uno scrittore nato sui campi di calcio, quasi un “unicum” nel panorama dei calciatori di tutto il mondo, dove il massimo della produzione letteraria tra i protagonisti dell’arte pedatoria si ferma nella stragrande maggioranza dei casi a biografie scritte per interposta persona. Dedito all’alcol Ciampi, e alle donne Vendrame, due passioni che ne hanno consumato, probabilmente, i rispettivi talenti. Ma la loro amicizia, fino alla morte del cantautore livornese, ha sempre resistito alle bizze del loro genio e della loro conseguente sregolatezza. Vendrame aveva un tale rispetto di Ciampi che quando l’amico una volta venne allo stadio Appiani di Padova per vedere una sua partita, lui fermò il pallone con le mani ed interruppe d’imperio la partita, per rendergli il giusto tributo. Perchè, come spiegò in un’intervista, “il gioco del calcio diventa una cosa volgarissima, di fronte ad un poeta come Piero.”

A Vendrame le convenzioni legate al mondo del calcio bigotto, conservatore, ipocrita, non sono mai andate giù. E la poesia diventava una via di fuga dalla realtà: non è un caso che una volta, lui originario di Casarsa della Delizia in Friuli, scelse la tomba di Pier Paolo Pasolini, seppellito in quella che era la terra natia della madre, definendolo “il mio compaesano più vivo“. L’amicizia con Ciampi fu l’approdo finale di questa esigenza di andare oltre la realtà precotta del mondo del calcio, anche se a volte esigeva un prezzo molto alto, col poeta/cantautore omai alla deriva. “Certe sere”, raccontava Vendram su Ciampi, “si doveva andarlo cercare, perché magari era qualche giorno che non tornava. Lo cercavamo nei luoghi più assurdi, tra le vie sperdute, o in chissà quali posti: poi te lo trovavi seduto su di un marciapiede che beveva dell’alcol denaturato, circondato dai topi”. Ma era in quei frangenti che l’artista livornese dava il meglio di sé, e sapeva insegnare tutto sulla vita, l’amore e la morte, come spiegò il fantasista del Vicenza: “La definizione che mi diede Piero Ciampi sull’amore è capire la sofferenza di chi ti sta vicino. Talmente grande che ho quasi paura a dire di amare qualcuno. Di solito siamo egoisti quando amiamo”.

Ancora parole di Vendrame: “A Piero devo tutto. Quello che so l’ho imparato da lui. La sua morte mi sconvolse“. Si conobbero a Roma, nel ristorante di Marcello Micci, e litigarono furiosamente la notte prima della sua scomparsa. Ciampi morì nel gennaio del 1980, assistito da un altro cantautore che era però anche medico, Mimmo Locasciulli. Lo uccise un cancro alla gola, “dopo essersi preparato tutta la vita una morte per cirrosi epatica”, dissero. E appena prima di morire, come raccontato da Vendrame in uno dei suoi libri, era andato a casa sua in cerca di rifugio. Ma cominciò a bere, a sbraitare, con i suoi deliri non fece chiudere occhio per tutta la notte al calciatore che sbottò, cacciandolo via, insultandolo, dicendo che non aveva rispetto per gli amici. Ciampi non potè far altro che rispondere con una frase lapidaria, innocente e spiazzante al tempo stesso: “Ma Ezio, io sono un poeta“.

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