Spinozzi, l’Arcadia laziale: le storie incredibili dell’antieroe biancoceleste

di Fabio Belli

Nuovi argomenti” è la rivista fondata nel 1953 da Alberto Carocci ed Alberto Moravia che ha ospitato il meglio della letteratura moderna italiana. Personaggi raccontati, reali o immaginari, entrati nel mito grazie all’opera dei migliori scrittori nazionali. Quando nel 2008 Alessandro Piperno, romano, salì alla ribalta per il suo romanzo d’esordio “Con le peggiori intenzioni“, in un’intervista a “Nuovi Argomenti” confessò la sua passione per il calcio e la sua fede laziale, professata negli anni ’80, fonte quasi continua di sofferenze per i cuori biancocelesti, attraverso un idolo inusuale: Arcadio Spinozzi.

“Possedevo collezioni complete delle divise della Lazio, ma anche le tute di allenamento, per non parlare delle maglie dei portieri. In quegli anni la Lazio era una squadra disgraziata, derubata, degradata (un’allitterazione che vale perfettamente quel dramma). Ma a me piaceva così. Anzi, avevo il vezzo di acquistare la maglia dei giocatori più mediocri. Mi si poteva incontrare per Roma con la maglia di Arcadio Spinozzi, un libero all’antica il cui viso sembrava essere divorato dalla barba. (…) Arcadio Spinozzi era la Lazio. La rappresentava molto più di campioni del calibro di Giordano e Manfredonia, che l’avevano svenduta senza ritegno. Quella maglia d’un blu assai più elettrico di quanto apparisse in tv era tutta per Arcadio. La mia Arcadia…” Queste le parole di Piperno che riportarono prepotentemente alla ribalta un campione mai dimenticato in realtà dalla tifoseria laziale.

In realtà Spinozzi, tormentato durante la carriera da calciatore da infortuni di ogni tipo, poteva diventare molto di più del buon difensore centrale che con la maglia della Lazio collezionò 123 presenze in campionato ed un solo gol, ma in Coppa Italia. In realtà però finì col tramutarsi in qualcosa di più grande: icona del calciatore pulito ed indomito, favorito dal bell’aspetto reso più truce dalla barba, Spinozzi ha finito per divenire un simbolo diverso della lazialità, come indicato perfettamente da Piperno, in quanto le intuizioni di cui sopra vennero in gran parte confermate dalla biografia dello stesso Spinozzi, “Una vita da Lazio“.

Il ritratto di un calciatore poco appariscente ma molto amato dalla tifoseria, è quello di un giocatore, ma prima ancora di un uomo, assolutamente intollerante ai compromessi e a quel “marcio” che iniziava a farsi largo già nel calcio di allora. E allora si passa dai capricci di Giordano e Manfredonia che costringono la squadra ad andare a vedere una partita di dilettanti piuttosto che recarsi al cinema, le debolezze dei dirigenti e di un Luciano Moggi già dipinto come “Barabba” quando ancora era un Dg alle prime armi, sospetti su doping, partite truccate, fino alle follie di Juan Carlos Lorenzo, l’allenatore dell’ultima retrocessione della Lazio, che costringeva i calciatori a bere uova crude e li disorientava a colpi di insulti ed elogi alternati senza apparente logica.

Una Lazio pazza e surreale che nessuno aveva mai raccontato dall’interno: ma il mito del personaggio di Spinozzi passa anche attraverso episodi personali incredibili, come il suo momentaneo coinvolgimento, a causa della denuncia di un mitomane, nel caso del rapimento di Emanuela Orlandi, oppure il suo essere sopravvissuto, assieme alla squadra del Verona, al tragico incidente ferroviario sulla tratta Bologna-Firenze del 1978. Primo calciatore sindacalista, di Spinozzi i tifosi della Lazio ricordano però anche e soprattutto il suo atteggiamento generoso in campo, feroce su tutti i palloni, come in un derby del 1985 in cui la squadra, ormai spacciata, si rifiutò di cedere il passo, con Spinozzi in trincea, alla Roma ottenendo un insperato pareggio (Giordano rispose ad Antonelli). Le sue lacrime sul viale di Tor di Quinto al momento dell’addio alla Lazio, nel 1986, sono di fatto versate sulla fine di quell’esperienza, ma anche di un calcio “puro” che andava a scomparire assieme a personaggi come lui.

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