Obdulio Varela, il vero artefice del “Maracanazo”

di Fabio Belli

16 Luglio 1950: la nazionale dell’Uruguay ed i suoi campioni si trovano di fronte alla loro più difficile sfida professionale di sempre: giocarsi un Mondiale al Maracanà contro il Brasile padrone di casa, che anche con un pareggio sarebbe campione. Si tratta infatti dell’unica edizione nella storia in cui il titolo iridato verrà assegnato al termine di un girone a quattro, e non in una finale secca. Con Spagna e Svezia ormai fuorigioco, i verdeoro si presentano all’incontro decisivo con un punto di vantaggio sulla celeste, e con la strabordante potenza di un fattore campo mai così influente, con quattrocentomila mani pronte ad allungarsi sulla Coppa Rimet dalla tribuna del Maracanà.

La Rimet è l’ossessione dei brasiliani: negli anni ’30 è sfuggita per la fatica delle trasferte intercontinentali e le scelte cervellotiche da parte degli allenatori, e così il “futbol bailado” non ha mai ottenuto quel riconoscimento su scala planetaria che in Brasile sentono proprio per diritto naturale. Ma non hanno fatto i conti con la personalità dell’Uruguay, ed in particolare di Obdulio Varela, il capitano che a Montevideo tutti chiamano solo con il nome di battesimo, tale è il suo carisma e la sua fama.

Obdulio è ben consapevole della “trappola” nella quale lui e i suoi compagni di squadra stanno per andarsi ad infilare. Il peso politico, tecnico ed ambientale del Brasile nell’occasione è in grado di schiacciare i talenti pur cristallini dei vari Schiaffino, Ghiggia, Omar Miguez, del portiere Maspoli. Ed allora l’opera psicologica di Obdulio inizia da ben prima del fischio d’inizio. Negli spogliatoio Schubert Gambetta, mediano con compiti di marcatura stretta sugli assi offensivi brasiliani, si passa nervosamente le dita sui curati baffetti stile anni ’50. Obdulio si avvicina e con voce risoluta pronuncia: “Tu dovrai marcare Chico. Se gli fai toccare anche un solo pallone, poi dovrai vedertela con me di persona.” Per poi esplodere in una risata liberatoria. La fiducia del capitano è massima, e Gambetta finirà con l’addormentarsi mezz’ora prima della partita, pieno di tranquillità.

In realtà tutti i compagni di squadra sono stati catechizzati da Obdulio, per scaricare la tremenda pressione psicologica prima della partita: Omar Miguez, rapidissimo incursore della celeste, ricorda che i calciatori uruguaiani erano talmente sicuri dei propri mezzi, quel giorno, che il Brasile non aveva scampo: “Non temevamo nè Dio, nè demonio. Se Maspoli avesse giocato centravanti, avrebbe realizzato una doppietta; e io da portiere avrei parato due rigori.” Merito dell’opera di convincimento di Obdulio, che ovviamente non si limitò al prepartita, ma proseguì nella bolgia del Maracanà.

Quando Friaca portò in vantaggio il Brasile, in apertura di secondo tempo, Obdulio raccolse di peso il pallone in fondo al sacco, e corse verso l’arbitro, l’inglese Reader, protestando veementemente: la rete era in realtà assolutamente regolare, ma con questo comportamento Varela sapeva di tenere in apprensione pubblico ed avversari, ghiacciandone l’entusiasmo. In realtà in quel momento Obdulio ha capito che la pressione è in realtà tutta sulle spalle dei brasiliani, e che i suoi compagni di squadra possono spadroneggiare in contropiede contro gli avversari tutti protesi in avanti, spinti da un pubblico indiavolato. Omar Miguez nel primo tempo aveva già colto un clamoroso palo a portiere battuto, e così quando Schiaffino e Ghiggia ribaltano il risultato, al di là dello shock degli spettatori brasiliani, è un copione già scritto quello che sta andando in scena.

E’ quello che passerà alla storia come il “Maracanazo“, la più cocente sconfitta del calcio e forse dello sport brasiliano di tutti i tempi. Quando Reader fischia la fine, solo Gambetta se ne accorge: su un cross brasiliano teso in area, prende il pallone tra le braccia e se lo porta al petto. I tifosi del Maracanà trattengono il respiro per un attimo, poi iniziano a sciogliersi in lacrime, mentre i pochissimi sostenitori dell’Uruguay invadono il campo bandiere al collo. Obdulio osserva soddisfatto il suo capolavoro, ma non prima dell’ultimo colpo di genio. Il pallone della finale scompare, e l’arbitro negli spogliatoi lo reclama come souvenir: Varela gliene sottopone tre, Reader sceglie quello più consumato. E così la vittoria dell’Uruguay diventa totale: il prezioso cimelio finirà infatti a Montevideo

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