Ezio Vendrame, autentico poeta del gol più fuori che dentro il rettangolo di gioco

di Fabio Belli

Ma è proprio vero che una volta Ezio puntò la propria porta per protestare contro un pareggio già scritto, in una partita contro la Cremonese, e si fermò sulla linea causando però un infarto ad uno spettatore in tribuna? Ed è vero che quando i compagni di squadra non si smarcavano in zona d’attacco, polemicamente saltava a due piedi sopra il pallone e in quell’equilibrio precario scrutava l’orizzonte davanti a sè per capire dove lanciare, con la mano sopra la fronte tipo vedetta? Ed è vero che nella stagione trascorsa a Napoli, approfittava delle mancate convocazioni del tecnico Vinicio, per sgattaiolare via nei bagni dell’intervallo per un amplesso con qualche signora in vista della tribuna centrale del San Paolo?

D’altronde il titolo del suo primo libro autobiografico, “Se mi mandi in panchina, godo“, era piuttosto eloquente in questo senso. Ma con i personaggi come Ezio Vendrame, poeta del gol ma non alla maniera di Claudio Sala, perchè lui la poesia la concentrava prevalentemente fuori dal campo, non capisci mai dove finisca la realtà ed inizi la leggenda. Da ex calciatore, dopo la grande amicizia consumata con Piero Ciampi, oltre alla sua biografia calcistica si è prodotto nella composizione di poesie, e al pallone ci ha pensato solo per allenare i ragazzini della Sanvitese, in Friuli, vicino a dove è nato (Casarsa della Delizia, terra materna di Pier Paolo Pasolini): la frase “Vorrei allenare una squadra di orfani” è sua, figlia dell’insofferenza verso le esasperazioni dei genitori dei piccoli calciatori. Lo stesso libro sopra citato è permeato da aneddoti reali mischiati a racconti che sconfinano nella barzelletta riadattata, ma questo Vendrame lo sa e ci gioca sopra: per lui il calcio e la sua vita da sportivo professionista in generale non è mai stata una cosa da prendere sul serio.

Tutto il resto, donne comprese, assolutamente sì, invece: quando era una giovanissima promessa il presidente della Spal, Paolo Mazza, gliela giurò perchè preferiva passare il tempo con un’ “amichetta” piuttosto che ad allenarsi. Andò al Vicenza, e stupì tutti con una classe cristallina assolutamente naturale ed imprevedibile. Gli appiccicarono l’etichetta di “George Best italiano“, per la convergenza storica con il fenomeno del Manchester United che si abbinava ad una somiglianza fisica quasi perfetta. Ma si esaltava più per la perfetta incompiutezza di un gol sbagliato che per una sequela di palloni in fondo al sacco, tutti uguali. Una volta raccontò: “Nereo Rocco mi dava del pazzo, e la cosa, non lo nego, mi faceva enormemente piacere. Più semplicemente, io amavo giocare a pallone, ma non mi piaceva fare il calciatore. Mi sentivo stretto, risucchiato, prigioniero, anche perché i vincoli, non solo societari ma anche se vogliamo chiamarli così, ‘morali‘ erano ancora molto forti, in quegli anni ’70. Avevi voglia a dire che c’era stato il ‘68, che la contestazione giovanile aveva cambiato il mondo… L’Italia era ancora un paese retrogrado e bigotto, per non parlare del mondo del calcio“.

All’apice della carriera passò al Napoli, ma Luis Vinicio, allenatore azzurro nella stagione 1974/75, gli concesse solo tre presenze in quel campionato, allergico alla sua totale imprevedibilità. A soli 28 anni iniziò il declino di una carriera mai davvero sbocciata, al Padova in C, dove avvenne il fattaccio con la Cremonese: ribellatosi alla “torta” col punto a fine stagione che stava bene a entrambe le squadre, dribblò la sua intera squadra da un lato all’altro del campo senza che nessuno potesse fermarlo, fino a fintare il tiro davanti al proprio portiere, che si tuffò inutilmente su di lui cercando di levargli il pallone, per poi fermarsi in prossimità della linea di porta e ritornare indietro: in quell’occasione un tifoso sugli spalti morì d’infarto e quando questo gli fu riferito, Vendrame rispose chiedendo come fosse possibile che un debole di cuore lo andasse a vedere giocare…

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