Franco Superchi e quella precoce eredità di Dino Zoff mai raccolta

di Fabio Belli

Settembre 1968: il Maggio parigino già alle spalle, una stagione destinata a cambiare il mondo che stava iniziando a lasciare i suoi primissimi segni. Parlando di calcio, discreti cambiamenti si stavano preparando in Italia: per quasi un ventennio il dominio del trittico Milan-Inter-Juventus era stato interrotto solo due volte, dalla Fiorentina e dal Bologna. Le strisciate avevano preso il dominio dopo l’epopea del Grande Torino, ma erano stati anni piuttosto bui per il calcio italiano: la luce torna proprio in quel 1968, grazie al successo nei campionati Europei giocati in casa, con la porta difesa da un giovane estremo difensore, Dino Zoff, che in molti vedono come il portiere del futuro tra i pali azzurri.

Avrà ragione chi, 14 anni dopo, vedrà il Dino nazionale fregiarsi di un titolo mondiale atteso ben 44 anni, col record assoluto di presenze in azzurro. Ma in quel momento Zoff era insidiato da diversi ambiziosi numeri uno, tant’è che Albertosi sarà il portiere della spedizione a Messico ’70, due anni dopo. Eppure, in quel 1968, l’eredità del pur giovane Zoff sembrava già avere un nome designato: quello di Franco Superchi, portiere allora appena ventiquattrenne della Fiorentina, nativo di Allumiere, provincia nord di ai confini col viterbese, e cresciuto nella Capitale nel Bettini Quadraro, società futura rampa di lancio, tra gli altri, di Francesco Rocca e Ciccio Graziani. Dopo i primi trascorsi nella Tevere Roma, approda in viola da terzo portiere, alle spalle di due autentici “big” come Albertosi (ancora lui) e Lamberto Boranga.

All’alba della stagione 1968/69 però entrambi i portieri viola vengono ceduti: Albertosi (poi scudettato e vicecampione del mondo nel 1970) approderà a Cagliari, Boranga a Cesena. La Fiorentina si decide a lanciare Superchi, ed il suo sarà uno dei più folgoranti esordi assoluti di un portiere nella massima serie. Forse Gianluigi Buffon, circa 30 anni dopo, lo supererà in termini di prestazioni individuali, ma non in termini di valori d’esordio assoluto: le sbalorditive parate di Superchi regaleranno infatti quell’anno alla Fiorentina più di un pezzo di scudetto, il secondo (e al momento, l’ultimo) della storia dei toscani. Sono le qualità acrobatiche di Superchi a lasciare letteralmente a bocca aperta gli spettatori dell’allora “Comunale” di Firenze. Prodezze ai limiti dell’impossibile, che impreziosiscono le trenta presenze in campionato su trenta ottenute con una Fiorentina che si laureerà campione d’Italia.

Superchi è un portiere che concede molto allo spettacolo, forse troppo, e gli interventi da saltimbanco lasciano, dalla stagione successiva in poi, spazio a qualche errore di troppo. L’affidabilità non è da nazionale, e chi era pronto a giurare, tra Albertosi e Zoff, su Superchi come miglior portiere italiano, non vedrà mai esordire nella nazionale maggiore il numero uno di Allumiere. La riconoscenza a Firenze però è ancora tanta, ed in viola trascorrerà altre sette stagioni, pur senza toccare mai i livelli di rendimento di quell’incredibile esordio. Poi il passaggio al Verona ed infine alla Roma, tornando a casa, dove si toglierà lo sfizio del secondo scudetto in carriera nel 1983, da secondo di Tancredi, pur certificato solo da una manciata di minuti nella passerella finale all’Olimpico contro il Torino.

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