Ivan Helguera, il vero grande scheletro nell’armadio di Zeman. Altro che Cesar Gomez…

di Fabio Belli

Nella stagione 1997/98 la Roma partiva in campionato con buone ambizioni. Sulla panchina giallorossa era arrivato Zdenek Zeman, esonerato pochi mesi prima dalla Lazio: il tecnico boemo era uno dei fautori più spregiudicati del calcio offensivo, e le aspettative erano grandi. Ma c’era una squadra da rifondare: nella stagione precedente era stata ottenuta a malapena la salvezza, non troppo sofferta solo grazie ad un estemporaneo successo a Bergamo, 4-1, alla terzultima giornata. La campagna acquisti fu abbastanza variegata, con qualche azzeccato investimento e diversi errori: tra i tifosi romanisti l’arrivo di Cesar Gomez assumerà i contorni di una leggenda metropolitana, visto che il difensore ex Tenerife alla fine risultò essere un calciatore diverso da quello indicato dall’allenatore ceco (che invece voleva Pablo Paz).

La società aveva preso fischi per fiaschi, ed il tecnico provò a fare di necessità virtù, schierando il calciatore finchè la sua inadeguatezza non si rivelò palese. Poco si può imputare a Zeman per questa cantonata: gli appassionati più attenti di quel periodo ricordano piuttosto che un errore tecnico-tattico di livello abbastanza clamoroso il boemo lo commise nei confronti di un altro nuovo acquisto, Ivan Helguera. Arrivò a Roma appena ventiduenne, dopo una stagione di buone promesse all’Albacete. Nel ritiro estivo Nils Liedholm, “padre nobile” di quella squadra dopo la sua ultima apparizione in panchina nella stagione precedente, prendeva sottobraccio i giornalisti per mostrare due particolari prodigi: la velocità di Giorgio Lucenti, esterno prelevato dal Palermo, ed il piede vellutato di quel ragazzino spagnolo.

Qualcuno cominciò ad ironizzare sulla residua lucidità dell’ormai anziano Barone, alla luce delle prestazioni di Lucenti, ma soprattutto di Helguera, che fece ricordare a più riprese il passo da moviola del mitico “bidone” Andrade. Eppure il vecchio Nils almeno su Helguera dimostrerà, col senno di poi, di averci visto giusto. Il punto è che lo stesso Zeman si fece ammaliare dal tocco di palla e dalle movenze eleganti del talento iberico, schierandolo di fatto centrale di centrocampo, perno di un 4-3-3 esigentissimo in termini di mobilità, velocità di esecuzione palla al piede ed automatismi. Helguera si dimostrò invece irrimediabilmente lento per quel compito, e collezionò solo otto presenze da vice Di Biagio, lui sì perfetto per il ruolo di regista zemaniano, prima di fare le valige e tornarsene in Spagna.

Qui, il colpo di scena. Passato all’Espanyol mentre in Italia già fioccavano gli “amarcord” che lo ricordavano con l’implacabile etichetta di “sòla”, giocò per intero la Liga da centrale di difesa, risultando uno dei migliori giocatori del campionato. Il punto è che Helguera a 24 anni, con tutta la carriera ancora davanti, si scoprì “libero” alla vecchia maniera, e con i fiocchi. Il Real Madrid colse al volo l’occasione e lo portò al Bernabeu, dove conquistò 3 campionati spagnoli e 2 supercoppe (la Copa del Rey la conquisterà nel 2008 una volta passato al Valencia). E soprattutto, 2 Champions League (nel 2000 e nel 2002), la Supercoppa Europea ed il Mondiale per Club nel 2002, giocando al fianco di campioni del calibro di Ronaldo, Figo e Zidane nel corso degli anni. C’è da scommetterci che Zeman, mentre spala la neve all’Adriatico di Pescara proprio in questi giorni, ancora ci ripensa.

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