Kalusha Bwalya e Italia-Zambia 0-4 delle Olimpiadi 1988: i miracoli bussano sempre due volte

di Fabio Belli

Era una tiepida mattina di fine Settembre 1988. L’attenzione era monopolizzata dalle Olimpiadi a Seul, le prime in Asia da quelle di Tokyo 1964. Il calcio era pur sempre un palliativo smorzato nel trionfo degli “altri sport“, ed in fondo in una Olimpiade è giusto che sia così. Ma allora, e come avvenne anche in occasione di Sidney 2000, la Serie A per lasciare libero il palcoscenico ai Giochi avrebbe aperto i battenti solo ad Ottobre. E poi il calcio alla mattina all’epoca aveva un non so che di esotico, una stuzzicante stravaganza che avrebbe vissuto l’apice molti anni dopo, in occasione dei Mondiali nippocoreani del 2002.

Un salto troppo in avanti, però: dicevamo del 1988 e di quella mattina di Settembre in cui, appena svegli, il fuso orario proponeva una sfida tra l’Italia “olimpica” allenata da Dino Zoff, selezione tirata su appositamente per i Giochi quando ancora non era stata messa a punto la formula Under 23+fuori quota, e lo sconosciutissimo Zambia. Non che il torneo olimpico non fosse solito proporre sfide inusuali. Guatemala ed Iraq erano gli altri avversari del girone per una selezione azzurra di tutto rispetto, nella quale figuravano Tacconi, Tassotti, Ferrara, Virdis, Carnevale, De Agostini. Il calcio del continente nero ai mondiali aveva lanciato già primi segnali di crescita. L’Algeria di Madjer ed il Marocco degli estrosi Timoumi e Bouderbala a Messico ’86, quando il vento del Magreb tirava forte. L’Africa nera fece bella figura nel 1982 con Camerun di N’Kono e Milla. Ma lo Zambia poteva al massimo far venire in mente lo Zaire 1974, che ne buscava nove dalla Jugoslavia e non riusciva a tenere i giocatori fermi in barriera al momento di battere le punizioni.

Nessuno sapeva nulla dei “proiettili di rame“, né tantomeno che questo fosse il soprannome dei giocatori della nazionale. Eppure quella mattina accadde qualcosa di incredibile. I calciatori azzurri fermi, boccheggianti nel caldo umido coreano: quelli africani veri proiettili, con un cognome che più degli altri si insinuò nella mente dei tifosi italiani. “L’Italia ha perso 4-0, Bwalya ha segnato quattro gol!” era il tam-tam impazzito tra chi aveva seguito la disfatta attraverso la sempre più familiare voce di Bruno Pizzul, e chi invece si era disinteressato ad un match il cui esito pareva più che scontato.

Eppure era tutto vero, tranne un particolare: il mattatore di quella partita, Kalusha Bwalya, di gol ne aveva realizzati “solo” tre, l’altro è diviso tra le fonti dell’epoca fra un omonimo, Johnson Bwalya, ed il difensore italiano Pellegrini che deviò il tiro (allora per vedersi assegnata un’autorete bastava trovarsi in traiettoria…). Eppure Kalusha Bwalya non era esattamente un carneade: giocava già in Europa, nel Clercle Bruges, e divenne poi una stella del PSV Eindhoven, club con il quale realizzò sessantuno reti nell’arco di sei stagioni. Quella partita gli salvò presumibilmente la vita, visto che Bwalya nel 1993 non partecipò al tragico volo della nazionale, della quale era capitano ormai da anni, che si schiantò al largo del Gabon. Tutti persero la vita, tranne appunto i due Bwalya, Kalusha e Johnson, che giocavano in Europa.

Ora, da presidente federale e con la palma di miglior calciatore zambiano di tutti i tempi cucita addosso (nel 2004 da allenatore della nazionale a 41 anni, entrò in campo in un match contro la Liberia e segnò il gol decisivo su punizione a 1′ dalla fine) ha visto lo Zambia vincere la finale di Coppa d’Africa, proprio in Gabon: scherzi infiniti del destino, miracoli di cui il calcio è sempre generoso.

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