Robert Gadocha, il Garrincha polacco che fece impazzire due volte Monaco di Baviera

di Fabio Belli

Monaco ’72 e Monaco ’74: le doppiette Olimpiadi-Mondiali nella stessa location non sono infrequenti nella storia dello sport (la prossima volta capiterà a Rio de Janeiro, Mondiali di calcio nel 2014 ed Olimpiadi nel 2016); meno consuete sono le occasioni in cui un protagonista di una manifestazione lo sia anche nell’altra. C’è però chi ella storia ci è riuscito, eccome, ed anche se non si tratta di uno di quei nomi che risuonano subito chiari alle orecchie degli appassionati, allora l’Olympiastadion si riempiva solo per vedere le prodezze di questa guizzante seconda punta, all’occorrenza utilizzabile, secondo gli standard tattici dell’epoca, come ala sinistra.

Robert Gadocha è stato una delle stelle del Mondiale del 1974, quello del trionfo del calcio atletico tedesco e del calcio totale olandese. Una sintesi ideale di questi modelli era però la Polonia. In una squadra ricca di talento, Gadocha era l’espressione più esaltante. Quella Polonia aveva già conquistato l’oro alle Olimpiadi del ’72, battendo nella finalissima l’Ungheria grazie alla doppietta di Deyna, regista dalla classe cristallina. Quindi partì l’assalto al campionato del mondo: in porta c’era la leggenda Tomaszewski, che con le sue parate a Wembley nel girone di qualificazione scrisse la parola fine sul ciclo dell’Inghilterra di Alf Ramsey. C’erano Zmuda, il fenomeno Lato (che sarà capocannoniere del torneo iridato) ed il già citato Deyna.

Insomma, una formazione di primissimo livello. Ma Gadocha era il beniamino del pubblico, aveva quel qualcosa in più che faceva innamorare a prima vista: la somiglianza più evidente era con Garrincha, sia per tipo di gioco che per comportamento in campo. La sua azione era simile a quella del giocoliere brasiliano: ricevuta la sfera, puntava l’avversario saltandolo in dribbling, talvolta addirittura irridendolo tornando sui propri passi per poi ricominciare da capo. Gli avversari lo conoscono poco (gioca nel Legia Varsavia ai tempi della cortina di ferro: l’apparizione internazionale più consistente con il suo club è una semifinale di Coppa dei Campioni disputata contro il Feyenoord nel 1970) e riesce così a far spiovere decine di palloni in area durante la partita, esaltando le qualità da bomber di Lato.

Nel girone eliminatorio pagheranno dazio a queste doti Argentina e Italia, messe in riga dai polacchi. Nella seconda fase, domate Svezia e Jugoslavia, la Polonia si gioca la finalissima contro la Germania Ovest padrona di casa della manifestazione. Si gioca a Francoforte, nell’erba inzuppata del Walstadion: dal maltempo, ma anche dai giardinieri tedeschi, per limitare le doti tecniche di Lato, Deyna e Gadocha. Il quale non si fa però intimorire dal pantano, e nel primo tempo fa impazzire Berti Vogts, nascondendogli il pallone a più riprese, ai limiti dell’irriverenza. Alla Germania la finale non sfuggirà grazie al solito Gerd Muller, capace di trovare la zampata vincente ad un quarto d’ora dalla fine di un match tiratissimo, ma la Polonia riuscirà a togliersi un’ultima soddisfazione, battendo nella finale per il terzo posto il Brasile di Rivelino grazie ai duetti tra Lato e Gadocha. Che dopo una fugace esperienza al Nantes, chiuderà la carriera negli Stati Uniti, dove si stabilirà definitivamente con la sua famiglia ricordando per sempre le prodezze di Monaco.

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